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🔆 sabato 28 marzo 2026
 
LAGUNA NORD DI VENEZIA IN BRAGOZZO
 

Accompagnatrice, Patrizia Prospero

🅿️🕘  RITROVO
 
🏞️Descrizione e 👣 Percorso
Con un bragozzo e il capitano Davide Donega verranno percorsi i canali della Laguna nord di Venezia navigando in luoghi poco frequentati ed in un ambiente incontaminato. Faremo sosta con visita a San Francesco del Deserto, considerato uno dei gioielli della Laguna, con visita guidata dai frati. Raggiungeremo poi l’isola di Sant’Erasmo, dove ci fermeremo per il pranzo – al sacco o in ristorante - con la possibilità di visitare l’isola a piedi. Durante il ritorno ci fermeremo a Torcello per una visita guidata, accompagnati da Giacomo Marchese. Nel tragitto di ritorno, secondo la disponibilità di tempo, ci si fermerà a Burano.

Escursione aperta a tutti con prenotazione obbligatoria entro domenica 22 marzo 2026. Avranno priorità gli aderenti/e al programma ESU 2026 e gli associati/e a Montagne e Solidarietà.

🔴Si richiedono abbigliamento e dotazioni adeguati alla stagione.

Link per:

  

Durata
:
Intera giornata
Trasporto
:
Mezzi propri
Pranzo 
:
Al sacco o in ristorante

 

NOTA AMBIENTALE 

BRAGOZZO

Il bragozzo è una tradizionale imbarcazione da pesca dell’Alto Adriatico, particolarmente diffusa tra Chioggia, Venezia e le coste dell’Istria e della Romagna. Si tratta di una barca in legno, larga e molto stabile, con fondo quasi piatto e prua e poppa rialzate, caratteristiche che la rendevano adatta sia alla navigazione in mare aperto sia nelle acque basse delle lagune.

Comparso probabilmente tra il XVII e il XVIII secolo, il bragozzo veniva utilizzato soprattutto per la pesca costiera e per il trasporto di merci lungo le rotte dell’Adriatico settentrionale. La sua struttura robusta permetteva di affrontare anche mare mosso, mentre la forma dello scafo facilitava il carico di reti, attrezzi e pescato.

Uno degli elementi più distintivi del bragozzo sono le vele al terzo, grandi vele trapezoidali sostenute da un lungo pennone inclinato sull’albero. Tradizionalmente queste vele venivano dipinte con colori vivaci e simboli geometrici o religiosi, che servivano a riconoscere da lontano l’imbarcazione e la famiglia di pescatori proprietaria.

L’equipaggio era generalmente composto da pochi uomini, spesso membri della stessa famiglia, e la vita a bordo era strettamente legata ai ritmi della pesca e delle stagioni. Con l’avvento dei motori nel XX secolo molte di queste barche furono modificate o sostituite.

Oggi il bragozzo è considerato un importante patrimonio della cultura marinara dell’Adriatico. Alcuni esemplari sono stati restaurati e vengono utilizzati per manifestazioni storiche, regate tradizionali e attività culturali, mantenendo viva la memoria delle antiche tradizioni dei pescatori veneziani e chioggiotti.

ISOLA DI SAN FRANCESCO DEL DESERTO

L’isola di San Francesco del Deserto si trova tra Burano e Sant’Erasmo, ed è uno dei luoghi più tranquilli e suggestivi dell’arcipelago veneziano. Oggi è sede di un piccolo convento francescano, abitato da una comunità di frati che custodisce la tradizione spirituale dell’isola.

Secondo la tradizione, san Francesco d’Assisi vi sostò nel 1220, di ritorno dal suo viaggio in Oriente. Si racconta che il santo trovò qui un luogo silenzioso e appartato dove potersi fermare in preghiera. In ricordo di questo evento venne fondato in seguito un convento, che diede all’isola il nome attuale.

Nel corso dei secoli l’isola attraversò diverse vicende: periodi di abbandono, occupazioni militari e trasformazioni. Nel XV secolo venne stabilmente affidata ai francescani, che costruirono il convento e la chiesa dedicata a san Francesco. Il complesso fu ampliato nei secoli successivi, mantenendo però un carattere semplice e raccolto, tipico della spiritualità francescana.

L’isola è caratterizzata da giardini, cipressi, alberi da frutto e spazi verdi, che contribuiscono alla sua atmosfera di pace e isolamento. Il convento conserva tre chiostri, una piccola chiesa e vari ambienti monastici.

Ancora oggi San Francesco del Deserto può essere visitata, generalmente su prenotazione e accompagnati dai frati, che spesso guidano i visitatori raccontando la storia dell’isola. Il luogo è considerato uno dei più suggestivi e spirituali della laguna veneziana, dove natura, silenzio e storia religiosa si incontrano.

ISOLA DI SANT’ERASMO

L’isola di Sant’Erasmo si trova tra Murano, Burano e il Lido, ed è la seconda isola della laguna per estensione dopo Venezia. È spesso chiamata “l’orto di Venezia” perché da secoli rappresenta una delle principali aree agricole che riforniscono i mercati cittadini di frutta e verdura.

Abitata fin dall’antichità, Sant’Erasmo sviluppò nel tempo una forte vocazione agricola grazie ai terreni fertili e sabbiosi. Qui si coltivano ortaggi, frutta e vigneti, ma il prodotto più famoso è il carciofo violetto di Sant’Erasmo, una varietà molto apprezzata nella cucina veneziana. Ogni primavera l’isola celebra questo prodotto con la Festa del Carciofo Violetto, che richiama visitatori e appassionati di gastronomia.

Oltre all’agricoltura, Sant’Erasmo ebbe anche un ruolo strategico e militare nella difesa della laguna. Sull’isola si trova infatti il Forte Massimiliano, una fortificazione ottocentesca costruita dagli austriaci come parte del sistema difensivo di Venezia.

Il paesaggio di Sant’Erasmo è molto diverso da quello del centro storico veneziano: l’isola è caratterizzata da campi coltivati, filari di alberi, case rurali e strade tranquille, che le conferiscono un’atmosfera quasi campestre. Lungo la costa si trovano anche spiagge naturali e barene, da cui si possono ammirare ampi panorami sulla laguna.

Oggi Sant’Erasmo è una meta apprezzata da chi desidera scoprire una Venezia più autentica e rurale, lontana dai flussi turistici più intensi, dove la vita continua a seguire i ritmi della terra e della laguna.

ISOLA DI TORCELLO

L’isola di Torcello si trova vicino a Burano e Mazzorbo, ed è uno dei luoghi più antichi e storicamente importanti della laguna. Prima ancora che Venezia diventasse una grande potenza marittima, Torcello era infatti un centro abitato molto fiorente.

Le origini dell’insediamento risalgono probabilmente al VI-VII secolo, quando molte popolazioni della terraferma si rifugiarono nelle isole della laguna per sfuggire alle invasioni barbariche. Grazie ai commerci e alla posizione favorevole, Torcello divenne nel Medioevo un importante centro commerciale e religioso, arrivando ad avere migliaia di abitanti.

Il monumento più celebre dell’isola è la Cattedrale di Santa Maria Assunta, fondata nel 639 e successivamente rinnovata. Al suo interno si conservano splendidi mosaici bizantini, tra cui il grande Giudizio Universale, considerato uno dei capolavori dell’arte medievale della laguna. Accanto alla cattedrale si trovano anche la chiesa di Santa Fosca, con il suo caratteristico portico, e il campanile, dal quale si può ammirare un ampio panorama sulla laguna.

Con il passare dei secoli Torcello iniziò a spopolarsi, soprattutto a causa dell’impaludamento del territorio, della diffusione della malaria e dello spostamento delle attività economiche verso Venezia. Oggi l’isola conta pochissimi abitanti, ma conserva un grande valore storico e culturale.

Il paesaggio è caratterizzato da canali silenziosi, prati e vegetazione lagunare, che rendono Torcello un luogo tranquillo e suggestivo. Proprio per questa atmosfera sospesa nel tempo, l’isola è spesso considerata uno dei luoghi più evocativi e antichi della laguna veneziana.

ISOLA DI BURANO

L’isola di Burano si trova non lontano da Torcello e Mazzorbo, ed è una delle isole più conosciute e pittoresche della laguna. È famosa soprattutto per le case dai colori vivaci, dipinte in tonalità molto accese che creano un paesaggio unico e facilmente riconoscibile.

Secondo la tradizione, i pescatori dipingevano le loro case con colori brillanti per riconoscerle anche durante le giornate di nebbia, molto frequenti nella laguna. Ancora oggi gli abitanti devono seguire regole precise del comune per mantenere i colori delle abitazioni, contribuendo a conservare l’aspetto caratteristico dell’isola.

Burano ha una lunga tradizione legata alla pesca e soprattutto alla lavorazione del merletto. Il merletto di Burano, realizzato a mano con tecniche molto raffinate, divenne famoso in tutta Europa tra il XVI e il XVIII secolo. Questa tradizione è oggi ricordata e valorizzata nel Museo del Merletto, situato nell’antica scuola dove veniva insegnata quest’arte.

Il principale edificio religioso dell’isola è la chiesa di San Martino Vescovo, riconoscibile per il suo campanile fortemente inclinato, che rappresenta uno dei simboli più noti di Burano.

Oltre alla sua storia e alle tradizioni artigianali, Burano è apprezzata anche per la cucina locale, legata alla pesca lagunare. Tra i piatti tipici spicca il risotto di gò (un pesce della laguna) e il bussolà, un dolce tradizionale a forma di ciambella.

Oggi Burano è una delle mete più visitate della laguna veneziana: nonostante il turismo, conserva ancora l’atmosfera di antico villaggio di pescatori, con i suoi canali, le barche ormeggiate e la vita quotidiana che si svolge tra calli e piccole piazze colorate.

LA LAGUNA DI VENEZIA E PORTO MARGHERA

Il rapporto tra la laguna di Venezia e il polo petrolchimico di Porto Marghera rappresenta uno dei casi più significativi, in Italia, del complesso equilibrio tra sviluppo industriale e tutela ambientale. Questa relazione nasce nei primi decenni del Novecento, quando Venezia attraversava una fase di difficoltà economica e le classi dirigenti locali cercavano nuove prospettive di sviluppo per la città e il suo territorio.

La decisione di costruire un grande porto industriale sulla terraferma fu formalizzata nel 1917, con la fondazione della Società Porto Industriale di Venezia, promossa dall’imprenditore e politico Giuseppe Volpi. L’obiettivo era trasformare Venezia in un moderno centro industriale e logistico, integrando porto, ferrovie e stabilimenti produttivi. La scelta dell’area lagunare non fu casuale: la vicinanza al mare Adriatico permetteva alle navi di trasportare direttamente materie prime e combustibili, mentre le zone marginali della laguna – barene e terreni paludosi – potevano essere bonificate e trasformate in superfici industriali. Tra il 1919 e la metà degli anni Venti furono realizzati importanti lavori di bonifica e infrastrutturazione che portarono alla nascita dell’area industriale di Porto Marghera.

Nei primi decenni l’area ospitò diverse attività produttive, tra cui industrie chimiche, metallurgiche ed energetiche. Il vero sviluppo del polo industriale avvenne tuttavia nel secondo dopoguerra. Tra gli anni Cinquanta e Settanta Porto Marghera divenne uno dei principali poli petrolchimici europei. Grandi gruppi della chimica italiana, come Montecatini e successivamente Montedison, realizzarono impianti per la produzione di fertilizzanti, cloro, derivati chimici e materie plastiche, tra cui il PVC. In quegli anni l’area industriale superò i duemila ettari e impiegò decine di migliaia di lavoratori, contribuendo in modo decisivo allo sviluppo industriale del Veneto e dell’Italia settentrionale.

Lo sviluppo industriale ebbe però anche conseguenze ambientali rilevanti per la laguna. Tra gli aspetti meno visibili ma più importanti vi fu il massiccio prelievo di acqua dolce dal sottosuolo. A partire soprattutto dagli anni Cinquanta, molte industrie di Porto Marghera utilizzarono grandi quantità di acqua proveniente dalle falde acquifere profonde per i processi industriali e per il raffreddamento degli impianti. Questo sfruttamento intensivo provocò nel tempo un fenomeno di subsidenza, cioè l’abbassamento progressivo del suolo.

Tra gli anni Cinquanta e Sessanta Venezia e la laguna registrarono un abbassamento complessivo del terreno di circa 10–15 centimetri, dovuto in parte a cause naturali ma in larga misura all’estrazione di acqua dal sottosuolo per uso industriale. Questo fenomeno contribuì ad aumentare la vulnerabilità della città e della laguna alle maree e agli eventi di acqua alta. Proprio per questo motivo, alla fine degli anni Sessanta le autorità imposero forti limitazioni all’estrazione di acqua dalle falde e molte industrie furono costrette a utilizzare acqua proveniente da altre fonti, come il fiume Sile e sistemi idrici esterni.

Parallelamente emersero anche altri problemi ambientali. A partire dagli anni Sessanta e Settanta studi scientifici evidenziarono la contaminazione dei sedimenti lagunari da metalli pesanti, idrocarburi e composti clorurati, legata agli scarichi industriali. Le attività di dragaggio dei canali industriali e la costruzione di nuove infrastrutture portuali modificarono inoltre l’equilibrio morfologico della laguna.

A partire dagli anni Ottanta il polo petrolchimico iniziò progressivamente a entrare in crisi, sia per la ristrutturazione del settore chimico a livello internazionale sia per l’introduzione di normative ambientali più severe. Negli anni Novanta il caso di Porto Marghera acquisì grande rilevanza pubblica anche per le indagini giudiziarie legate alle malattie professionali dei lavoratori esposti a sostanze tossiche, in particolare al cloruro di vinile monomero. Nel 2001 l’area è stata inserita tra i Siti di Interesse Nazionale (SIN) per le bonifiche ambientali.

Oggi Porto Marghera è al centro di un processo di trasformazione e riconversione industriale. Accanto alle attività portuali e logistiche, sono stati avviati progetti legati all’energia e alla chimica più sostenibile, tra cui la bioraffineria inaugurata nel 2014. Rimane tuttavia centrale la questione della bonifica dei suoli e dei sedimenti contaminati e della gestione di un territorio profondamente modificato dalle attività industriali del Novecento.

La storia del petrolchimico di Porto Marghera dimostra quindi come la laguna di Venezia sia stata non solo un ambiente naturale di grande valore, ma anche uno spazio profondamente trasformato dalle esigenze dello sviluppo industriale. La comprensione di questa relazione è oggi fondamentale per affrontare le sfide future della laguna, cercando di conciliare tutela ambientale, attività economiche e sicurezza del territorio.