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🔆 giovedì 23 aprile 2026

LUMIGNANO AI PIEDI DELLA SCOGLIERA

 
Accompagnatore FIE AEN Beppe Casarotto
 

Evento primaverile nell'ambiente più famoso dei Colli Berici che ci offrirà di approfondire la storia dei “bisi” dalla coltivazione alla degustazione e di ammirare la rigogliosa mediterranea natura. Assieme a Lisa Iannascoli (vicepresidente Sav-Vi) promotrice di numerosi corsi di muretti a secco, visiteremo le ultime due “opere” realizzate in loco; il recupero di una rara pozza di raccolta acqua e una serie di muretti che proteggono il “sentiero di Matteo”.

Link per: 
 
 
Distanza  : 5 km
Dislivello : 150 mt ↑↓
Durata : 3 h 
Difficoltà : E=Escursionistico
Trasporto : Mezzi propri
Pranzo  : Al sacco o in Osteria

 

Pranzo: ore 12:30 presso “Osteria ai Lumi” per assaporare “Risi e Bisi” il piatto preferito dai Dogi. Menù: Risi e bisi, dolce, ¼ vino, acqua, caffè 22€. È  possibile partecipare anche al solo pranzo aperto anche ai non soci, previa prenotazione compilando il modulo di adesione.

 Nota Ambientale

Sulle “masiere” che dai crinali assolati affacciano sulla sottostante Riviera, dal Medioevo vengono coltivati dei piselli famosi per la loro precocità e dolcezza. Un prodotto di eccellenza oggi protetto dal marchio De.Co.

Il doge Pierpaolo Strigheta stava sulle spine. Era il giorno di San Marco, il 25 aprile, la festa più importante dell’anno alla quale erano stati invitati i più alti dignitari dello stato e gli ambasciatori dei paesi con i quali Venezia aveva rapporti politici e commerciali. Praticamente, mezzo mondo. “Alora, Zanetto – esordì il Doge nei confronti del suo servo, per fare lo smargiasso e vantarsi del banchetto che era stato imbandito per la cerimonia – cossa ti me disi de sti risi e bisi? Te sfido a trovarghe dei difeti. Avanti, tasta sta bontà…”. “Ecelensa ilustrissima – rispose Zanetto – col vostro permesso non ho bisogno di assaggiarla per poter dichiarare con massima onestà, che questa roba è una porcheria, e vi spiego perché. I piselli sono del tipo a buccia dura, il riso è troppo cotto. Se volete mangiarla, male non vi fa, ma resta una porcheria”.

Evidentemente nella preparazione non erano stati impiegati i bisi di Lumignano, la cui caratteristica è proprio la precocità e la dolcezza. E mal gliene venne al Doge, che dal giorno dopo tutto il mondo seppe di quali schifezze Venezia propinava ai suoi alleati.

Il banchetto, infatti era una vetrina, nel quale i piselli erano un “must”, un modo per mostrare quali risorse disponeva la Dominante, capace di approvvigionarsi di teneri legumi quando ancora non era stagione.

Al tempo i nostrani arrivavano da Sant’Erasmo, Cavallino, Estuario e forse tra quelli foresti, lungo il Bacchiglione, arrivavano anche i “bisi” dei Colli Berici.

La loro coltivazione sulle dolci alture vicentine di Lumignano, frazione di Longare, del resto, è attestata fin dal Medioevo, quando i Benedettini iniziarono a conferire una vocazione agricola ai pendii meglio esposti al sole con la realizzazione di terrazzamenti, detti “masiere”.

Qui, sulle coste a solatio, che si affacciano sulla Riviera Berica, pare venisse coltivata una varietà chiamata “bisi verdoni”, le cui caratteristiche erano già quelle odierne anche se in epoca contemporanea sono state introdotte nuove varietà, affiancando alle produzioni precoci anche le tardive, in modo da avere disponibilità di prodotto durante tutto il periodo primaverile/estivo.

Per decenni i piselli sono stati una fonte di reddito cospicua per le famiglie. Negli anni ’39-’40 tre sere la settimana durante il mese di aprile e maggio si teneva il mercato nella corte antistante la “Trattoria ai Bisi da Conforto”. I compratori provenivano soprattutto da Bassano del Grappa.

Da qualche anno, i piselli di Lumignano sono garantiti con il marchio della De.Co. (Denominazione Comunale) e la loro coltivazione sottoposta ad un rigido disciplinare che oltre ad identificare come area di produzione esclusivamente i fondi che rientrano nei confini della frazione di Lumignano, bandisce in modo perentorio le produzioni ottenute da organismi geneticamente modificati (OGM). Le uniche varietà ammesse, infatti, sono la Principe Senatore; l’Espresso Generoso e la Serpentin che devono essere interrate nel periodo che va dal 15 dicembre al 15 gennaio, per quanto riguarda la prima semina, o dal 15 gennaio al 15 febbraio, per quanto riguarda la seconda.

Anche per la loro coltivazione vengono privilegiati i sistemi naturali di un tempo, le concimazioni avvengono prevalentemente facendo ricorso al letame e anche i trattamenti si limitano ad interventi a base di zolfo per contrastare l’oidio.

La raccolta avviene nei mesi di aprile e maggio, quando lo stato di maturazione consente ai baccelli di sopportare indenne il trasporto fino al consumatore, in modo da corrispondere in pieno alle esigenze di mercato e di destinazione.

Tutta la produzione di Lumignano rappresenta una vera élite, a stretto consumo del territorio tanto che per essere degustati o si approfitta dell’annuale “sagra” che si tiene a maggio, oppure si deve ricorrere ai ristoranti dove trovano impego in ricette tradizionali come le “tajadele coi bisi”, “piselli e pancetta” o l’immancabile “risi e bisi”.

Il buono che fa bene

Da sempre utilizzati nell’ambito della medicina popolare, ai baccelli freschi e verdi vengono accreditate proprietà cardiotoniche, vascolari, rimineralizzanti e antiasteniche, anche grazie all’elevato contenuto in minerali e vitamine.

Nonostante la cottura ne alteri in minima parte le proprietà, questi legumi, anche surgelati o inscatolati, conservano le loro proprietà nutrizionali relativamente integre. I piselli contengono numerose proteine: ferro, zinco, folato, vitamine del gruppo B, vitamina C, caroteni e fibra, e sono poveri di grassi.

Il patrimonio nutritivo dei piselli si conserva a patto di cuocerli brevemente, in poca acqua, a pentola coperta, e di conservare il brodo per minestre o risotti.

Particolarmente sazianti e dotati di un leggero effetto diuretico, i piselli sono un contorno ideale per le diete disintossicanti di primavera e d’estate.

I TERRAZZAMENTI: L’ARTE DEI MURI A SECCO

Il paesaggio

I terrazzamenti sono la testimonianza di una tra le più antiche forme di organizzazione del paesaggio. Questi paesaggi, che oggi sono nella maggioranza in abbandono, raccontano una storia di fatica e di un diverso rapporto con la terra, dalla quale si traeva il sostentamento della comunità ed erano principalmente realizzati sui pendii meglio esposti.

Da tempi remoti, già Erodoto nel 400 a.C. li descriveva e in molte parti del mondo, sono stati realizzati dall’uomo adeguando le capacità costruttive alle specifiche condizione di ogni contesto rurale.

In Italia, i più importanti paesaggi agrari si svilupparono a partire dal Rinascimento con una ulteriore diffusione nel Settecento, per arrivare alla loro massima espansione nel corso dell’Ottocento.

Nei Colli Berici i paesaggi terrazzati, le masiere, sono legati a piccoli nuclei abitativi, dove il recupero dell’attività agricola ha un ruolo di conservazione delle tradizioni, di presidio del paesaggio, ma anche di permanenza delle popolazioni nei luoghi già vissuti dalle precedenti generazioni.

Gli elementi

Per cercare di studiare i paesaggi terrazzati, nella loro complessa articolazione, è necessario analizzare gli elementi semplici che li compongono: la pietra per costruire il muro, la terra, faticosamente recuperata, trasportata e conservata dai muri, l’acqua, che porta la vita per le piante, ma che può distruggere tutta l’opera dell’uomo, se non controllata efficacemente.

Pietra

Un elemento fondamente dei sistemi terrazzati sta nel fatto che queste opere assicurano un efficiente controllo dell’erosione, generano un drenaggio del terreno attraverso gli interstizi tra una pietra e l’altra.

Le fondamenta del muro sono realizzate con blocchi o lastre di pietra di una certa dimensione. Prima di posare le pietre di fondazione si prepara uno “scasso” nella roccia o nel terreno con una pendenza verso monte di 10-20 gradi. Lo spessore dei muri varia in funzione dell’altezza e della pendenza del versante.

La composizione della muratura varia in funzione delle diverse disponibilità di pietre e pietrisco. Se il muro è molto irregolare, tra una pietra e l’altra si inseriscono scaglie e pietre più piccole, che assicurano un ampio appoggio tra pietra e pietra. In questo caso però la manutenzione deve essere più frequente.

Un’altra importante funzione dei terrazzamenti, soprattutto quelli esposti a sud, sta nel fatto che le pietre, di notte, restituiscono il calore immagazzinato durante il giorno, modificando quindi il microclima e offrendo un benefico effetto sulle coltivazioni di tipo orticolo.

Terra

La terra che riempie i terrazzamenti è frutto di un faticoso lavoro di trasformazione del paesaggio, per contrastare l’erosione. Molto spesso era sufficiente una grande azione di bonifica con uno spietramento del terreno, in modo tale che la terra fosse più facilmente trattata. Ma laddove questo lavoro non era sufficiente, la terra veniva trasportata da luoghi anche lontani, con l’aiuto delle gerle e dei muli.

Per rendere fertile il suolo era necessario arricchirlo di materia organica, interrando i resti vegetali delle colture o di arbusti legnosi o spargendo il letame.

Acqua

Per garantire l’irrigazione e il drenaggio, i sistemi terrazzati sono costruiti con sistemi idraulici molto particolari fatti da una rete di canalette superficiali che portano l’acqua alle colture.

Il terreno carsico dei Colli Berici ha sempre rappresentato un grave problema nell’approvvigionamento idrico. Le poche fontane presenti erano una delle maggiori fonti comunque non sufficienti per garantire un adeguato utilizzo, quindi si doveva cercare, attraverso vasche e cisterne, di raccogliere l’acqua piovana. 

Per realizzare questi manufatti è evidente che in una economia rurale fondata su poche risorse disponibili e anche in presenza di condizioni di povertà, ogni cosa doveva essere realizzata bene e soprattutto doveva essere durevole. E così al contadino da sempre è richiesta la capacità, data la natura del suolo, di essere un esperto costruttore di opere murarie.

Si doveva quindi acquisire una sapienza costruttiva derivata da un sapere che da padre in figlio veniva trasmesso. Una scuola diremo all’aperto, un apprendimento culturale trasmesso a voce e con abile manualità.

Il contadino-muratore provvedeva a tutte le fasi della costruzione: dallo spietramento necessario a rendere il terreno coltivabile, al trasporto a braccia, alla spaccatura delle pietre, alla posa in opra delle stesse.

I paesaggi terrazzati e i manufatti in pietra a secco devono quindi essere definiti come un patrimonio collettivo, che le generazioni passate di contadini ci hanno lasciato. È compito nostro riscoprire il valore, non solo in chiave di nostalgica difesa, del mondo rurale, per creare nuovi paesaggi della contemporaneità in grado di rappresentare un nuovo e diverso rapporto abitanti-paesaggio.

È necessario ritrovare consapevolezza e responsabilità della cultura di cui quei paesaggi sono portatori, cercando nuove interpretazioni che siano in grado di restituire il loro vero valore. Ma soprattutto ritenerli delle risorse paesaggistiche, agricole, sociali e con la dovuta attenzione anche turistiche.

Ma questa consapevolezza e responsabilità devono essere un impegno che ognuno di noi si deve assumere. Diventa quindi necessario farsi carico dei nuovi paradigmi della percezione: sforzarci cioè a usare uno stile di vita che privilegi l’osservare rispetto al vedere, l’ascoltare rispetto al sentire. Pratiche non sempre facili ma indispensabili per uscire dalla triste e sterile omologazione che ci pervade.

Ed ecco una bella sintesi di Salvatore Foti sulle argomentazioni che abbiamo esposto:

“… Ammirare minuziosamente il paesaggio, che cambiava via via che salivamo … Mi stupivo, a ogni chilometro di strada, nel vedere tratti di bosco, vigna, terrazze … o scorci di territorio a me sconosciuti … La fretta, l’affanno del tempo perso, da recuperare, mi aveva privato, per anni e anni, di tante piccole piacevoli armonie costruite dall’uomo … Immense terrazze di pietre a secco costruite solo per qualche vite. Eroiche costruzioni per dare la vita a poche piante o a un albero … Fui impressionato dal fatto che fino a quel momento avevo guardato quei luoghi solo dall’esterno, con superficialità. Bisogna allenare la mente a vedere le cose da diverse prospettive …” da “La Campagna di fuoco” Food editore 2008.